Provincia di Roma

Nemi panorama

Lo specchio di una dea

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Nemi panorama

Affaccia il suo borgo pittoresco in uno specchio: Nemi, lo specchio di una dea (Speculum Dianae si chiamava il lago) e lo fa con sobrio pudore, quasi a serbare il segreto della sua virginale sacralità e con essa quella del suo “ramo d’oro (Frazer). 
"Il lago di Nemi chiudeva le navi di Caligola che, riportate a superficie, furono poi distrutte dagli eventi  bellici, e oggi ricostruite nel piccolo museo. (...) lo sfondo e' solenne, tracciato con poche linee essenziali, e con pochi colori largamente campiti. Si direbbe che la natura abbia sacrificato il gusto della sfumatura all' intento della grandezza. L'azzurro dei laghi e' reso più forte dal tono scuro dei pendii, degli alberi, dell'erba bruciata nei mesi caldi: il fondo scuro, che da' intensi risalti, come nei quadri antichi e' il segreto del pittoresco. E, come nelle antiche nature morte, gli oggetti consueti appaiono nobilitati. Presso Nemi si incontrano distese azzurrastre di cavoli, che viste da lontano sembrano un'altro lago. Una preziosa patina le vela. Qui tutto tende ad unico fine: la nobilitazione." (G. Piovene, Viaggio in Italia, 1956, 824).

Attinge poi, da quella conca craterica, miti e sollecitazioni, come a tutelarne la vocazione primaria di patria delle fragole (frutto sacro ad Adone) e “domicilio delle muse e delle Ninfe”(Pio II). Del bosco, da cui trae nome (Nemus), ben poco rimane, tuttavia vi aleggia ancora la dea, quella Diana dall’aspetto misterico e selvaggio: ferina, lucina e luciferina (triplice).  

"Ecco Nemi celato entro una conca di poggetti selvosi, egli non teme il furiar de' nembi e mentre il vento svelle la quercia dall'ime radici, l'oceano sospinge alle sonanti piagge e la schiuma ne' turbina al cielo qua e la s'increspa, mormorando appena lo specchio ovale del suo vitreo lago". ( G. Byron, Pellegrinaggio di Aroldo, 1812-8)

Massa Nemus fu la primitiva comunità agricola ad installarsi in loco sotto la giurisdizione della basilica di San Giovanni Battista di Albano. Poi nel IX secolo fu castello dei Conti Tuscolani indi, passò ai cistercensi e successivamente al controllo della potente famiglia Colonna che, con alterne vicende,  ne conservò il possesso.

Il suo borgo era tutt’uno col castello abbarbicato alla rupe  a picco sul lago e da lì si sviluppò con un’ espansione che solo nel Seicento si ampliò verso il monte con alcune fabbriche ragguardevoli come la chiesa di Santa Maria del Pozzo e il Santuario del Crocefisso. Ora l’aspetto pittoresco permane, come prevale l’amenità di un luogo in cui sussurra ancora la dea con tutto il suo carico copioso di frutti: 

“Ogni piana e ogni rupe fino al ciglio del monte è coperta di alberi da frutta: in parte di castagni bellissimi e vigorosi, in parte di noci posti in filari [...] quando l’annata è buona, da qui si portano in città frutti da bastare al popolo” ( Pio II Piccolomini, Commentari, 1584)